A raccontarsi oggi è Stefania. Lo fa con naturalezza, senza costruzioni, lasciando che siano i ricordi a guidare le parole. Non c’è l’urgenza di mettersi al centro, piuttosto il desiderio di condividere un percorso fatto di scoperte e gesti ripetuti nel tempo.
Capisco subito che per lei la pittura non è mai stata una scelta improvvisa, ma qualcosa che l’ha accompagnata da sempre, quasi in punta di piedi. Un bisogno più che un progetto, un linguaggio personale attraverso cui ritrovare libertà e equilibrio.
Stefania parla dei colori come di compagni di viaggio, di tele che cambiano insieme a lei, di un’arte che cresce senza fretta, seguendo istinto ed emozioni.
È da qui che comincia la sua storia. Una storia fatta di sperimentazione, ricerca e libertà creativa. Scopriamola.
L’incontro con Stefania
“Hai un cognome esotico.” “Più che esotico, slovacco. Deriva da mio nonno paterno. Io però sono nata e cresciuta a Milano.”
È così che inizia la conversazione con Stefania. Un dialogo semplice, quasi casuale, che presto rivela qualcosa di più profondo: un rapporto autentico e necessario con l’arte.
Quando le chiedo come abbia iniziato a dipingere, la risposta arriva naturale: “Come quasi sempre capita: un po’ per caso, un po’ per… chissà.”
In realtà, Stefania ha sempre dipinto. In modo discontinuo all’inizio, poi dal 2018 senza più fermarsi.
Dipingere come libertà
Alla pittura Stefania associa una sola parola: libertà.
Per lei dipingere è sempre stato un gesto liberatorio, diverso dal disegno, che richiede precisione e controllo. Il colore invece rappresenta spazio, istinto, possibilità.
Fin da bambina non ha mai avuto paura dei colori. Mi racconta che sua madre le lasciava totale libertà di usarli, tanto che nella sua stanza arrivò perfino a dipingere un’isola direttamente sul muro.
Non proveniva da una famiglia di artisti, solo una zia dipingeva, ma la creatività ha comunque trovato il modo di emergere.
L’incontro con Van Gogh
Il passaggio decisivo avviene nei primi anni ’90, quando in casa compare un inserto dedicato agli Iris di Van Gogh. Quell’immagine diventa una scintilla. Stefania prova a reinterpretarla dipingendo ortensie blu al posto degli iris, ed è il suo primo vero approccio ai colori a olio.
Quelle ortensie, racconta, le trasmettevano un senso di pace e serenità, e il colore, proprio come per Van Gogh, diventa mezzo emotivo prima ancora che tecnico.
Imparare senza accademie
La sua formazione artistica non passa attraverso l’Accademia di Belle Arti.
Dopo il liceo frequenta l’Istituto Europeo di Design, dove studia moda e impara a disegnare figure femminili a mano libera, lavorando con precisione sui dettagli, sulle proporzioni e perfino sulle pieghe dei tessuti.
Un esercizio rigoroso che segna la prima fase del suo stile, ovvero un’imitazione fedele e una cura minuziosa.
Col tempo però qualcosa cambia.
Dalla figura ai fiori
Il passaggio avviene quasi naturalmente. Prima i nudi femminili, ispirati anche all’immaginario di Gauguin. Poi, progressivamente, i fiori. Mi dice “Mi hanno sempre colpito. Anche sparpagliati.”
Con i fiori arriva anche una nuova libertà espressiva fatta da pennellate più veloci, meno attenzione al dettaglio e maggiore ricerca dell’essenziale.
Il suo motto diventa chiaro: togliere il superfluo.
Milano, le città e i paesaggi interiori
Pur vivendo nel centro di Milano, circondata da chiese e architetture storiche, Stefania sente il richiamo di paesaggi più ampi. Dipinge scorci urbani, come Venezia, Roma, Milano, ma spesso lavora partendo da fotografie, preferendo la dimensione intima dello studio alla pittura en plein air.
Dal pennello alla spatola
Con l’evoluzione dello stile arriva anche un cambiamento tecnico decisivo: l’abbandono del pennello a favore della spatola. Questa le permette un rapporto più diretto con il colore, quasi fisico. Talvolta utilizza perfino le dita. “C’è una maggiore simbiosi tra me, l’opera e il colore.”
La ricerca la porta verso l’informale e l’espressionismo astratto americano del dopoguerra, in particolare verso le sue interpreti femminili.
L’arte come sperimentazione continua
Sperimentare per lei è una necessità. Prova tecniche diverse, materiali inattesi, nuove combinazioni cromatiche. Non aspetta l’ispirazione perfetta, ma lavora, osserva, modifica.
Per lei conta soprattutto l’istinto: “Se non mi limito a pensare solo razionalmente, le opere mi sembrano migliori.”
Ogni quadro diventa così una tappa di evoluzione personale. Per questo oggi ha deciso di non ricoprire più le tele vecchie, proprio perchè raccontano il percorso compiuto.
Il valore del gusto e della distanza
Alla base della sua arte c’è un elemento fondamentale: il gusto. Un gusto educato negli anni della moda e affinato attraverso musei, viaggi e osservazione continua. Ma un’opera, spiega, non si giudica subito. Serve distanza.
Bisogna lasciarla riposare, cambiare sguardo, ritrovarla dopo tempo per comprenderla davvero.
Non aspettare l’opera perfetta
Parlando con lei ho capito che l’arte non è attesa, ma movimento. Stefania non aspetta l’opera migliore, ma la costruisce ogni giorno, sperimentando, cambiando direzione, cercando nuove armonie.
Perché, in fondo, come scriveva Oscar Wilde: “Si può esistere senza arte ma senza di essa non si può vivere.”
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