La storia che vi racconto oggi è quella di Coco Cano. Un artista uruguayano che mi ha portato dentro un universo fatto di arte, cultura, politica, radici e viaggi. Una storia unica nel suo genere, da una persona unica nel suo genere.
Appena uscito dal suo studio, mi sentivo spaesato. D’altronde, il mondo fuori non è come i suoi quadri: lì c’erano colori impetuosi, direzioni segnate, emozioni che ti travolgono come un’onda. Eppure, chi li ha creati è tutt’altro che impetuoso. Coco è pacato, sorridente, accogliente. Ma basta poco per capire che dentro ha un mondo intero.
Il viaggio: da Montevideo a Carmagnola
Coco Cano è nato a Montevideo, in Uruguay. Un giorno ha lasciato le sponde dell’Atlantico per approdare tra le colline silenziose del Piemonte, dove oggi vive e lavora, immerso nella quiete di Carmagnola.
Le sue parole mi colpiscono subito: “L’arte deve essere buona, giusta, sana; serve a far star bene. Nella pittura esprimo il mondo che ho visto, i viaggi che ho fatto, le tante esperienze che ho vissuto.”
Mentre parla, mi accompagna nel suo studio. È pieno di opere realizzate su carta, tela, stoffa, legno, ceramica, vetro. C’è qualcosa di così naturale nel suo modo di sperimentare. Come se ogni materiale fosse solo un altro linguaggio per raccontare. Un’ecletticità che non appare forzata, ma autentica. E che, ancora una volta, mi stupisce.
Quando l’arte incontra la musica
“Mio padre era un pianista jazz, anche mio fratello è musicista, suona il contrabbasso. Anch’io suono”, mi racconta Coco. La musica per lui non è solo un sottofondo, ma parte integrante del processo creativo.
Parla di jazz, di Mozart, del piacere di ascoltare davvero: “Da piccolo mi hanno insegnato ad ascoltare, a cercare i diversi suoni. Poi è arrivata la stereofonia, che ha dato rilievo all’acustica: improvvisamente si poteva percepire da dove arrivava ogni suono.”
Mi racconta ed è come se stessi già ascoltando un quadro nascere. “La musica mi aiuta a dipingere”, mi dice. È un’alleata silenziosa, che lo sostiene mentre traduce le emozioni in immagini, forme, parole, colore. Poi aggiunge una frase che mi resta impressa:
“Il contrappunto, l’arte di sovrapporre più linee melodiche, è un eccezionale nutrimento dell’anima.”
La formazione all’Accademia delle Belle Arti di Montevideo
Coco ha frequentato l’Accademia delle Belle Arti di Montevideo prima che venisse chiusa dai militari. Quel luogo, racconta, insegnava molto più della tecnica: “Il loro obiettivo era insegnarci a guardare e a essere sensibili. Ci insegnavano che la prima cosa deve essere il piacere di guardare.”
E il suo stile artistico? È molto riconoscibile, ma mi rivela di non aver mai avuto l’ossessione di definirsi in uno stile specifico.
L’impegno sociale
Coco mi riporta alla fine degli anni Sessanta in Uruguay, un periodo segnato da forti tensioni sociali e politiche. Cresciuto in un quartiere alto borghese di Montevideo, viveva a stretto contatto con la povertà del quartiere confinante. “Abbiamo vissuto quell’epoca consapevoli di avere una funzione sociale, attenti ai bisogni dei più umili, dei diseredati, dei dannati della terra”, mi racconta.
Il suo impegno nasce in parrocchia: “Con i miei compagni non andavamo a giocare a carte. Lavoravamo per aiutare”. Un’attitudine concreta che lo porta, insieme ad altri giovani cattolici, ad aderire al movimento armato, vivendo la militanza politica come uno sbocco naturale.
In quegli anni, la comunicazione si fa sui muri: “Siamo completamente squattrinati: i muri sono le nostre tele più a buon mercato”. Ma Coco non rinuncia all’estetica, neanche nella protesta. “La mia funzione è di riportare la bellezza nella protesta. Alcuni estremisti fra noi volevano puntare solo alla politica, non alla bellezza. Ma io non sono d’accordo”.
La fuga e le radici
Coco viene trasferito in Argentina, per poi scappare e rifugiarsi in Europa. “Mio padre è catalano. Mia madre portoghese. Tanti di noi fuggiti dalla dittatura vivono ora in Spagna.” Così Coco approda a Barcellona, che in quegli anni è un vero paradiso per gli artisti in esilio. Ma non tutto è come sembra. “Mi accorgo ben presto che l’ambiente è malato. Io voglio diventare migliore, così taglio col mondo dell’esilio.”
Lascia Barcellona, fa la vendemmia in Francia, poi arriva a Berlino. Infine giunge in Italia, a Torino. È il 1976. Suona musica popolare, incontra Giuliana, si sposano. A Torino studia fotografia e tecniche di stampa. Ma la ricerca di una casa si fa difficile: “Scopriamo che a noi e ai meridionali a Torino non si affitta.” Così si trasferiscono a Carmagnola.
Il Piemonte diventa la sua casa. “Avrei potuto vivere a Parigi, in una grande città, ma allora mi sarei messo a guardare tutto. Qui invece, con meno distrazioni, mi concentro.”
Qui incontra anche Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, che nel 1982 gli organizza la prima mostra nelle Langhe e lo introduce nel mondo del vino. Oggi Coco è anche il Creative Manager dell’azienda agricola Correggia, per cui disegna le etichette dei vini.
La mano guidata dal cuore
Ma cos’è, in fondo, l’arte per Coco Cano? Me lo dice con una semplicità che non ha bisogno di aggiunte: “Deve parlare da cuore a cuore, senza bisogno di troppe spiegazioni: come un amore a prima vista.”
I suoi pezzi migliori non nascono da un progetto, ma da un sentire profondo. “La mia mano è guidata dal cuore”, dice. E così, attraverso quella mano, arrivano emozioni. Chi guarda un suo quadro può ridere, piangere, restare in silenzio: l’importante è sentire davvero.
Coco Cano mi ha trasmesso una felicità ed un’empatia pura. È una figura in cui convivono forze opposte, una di quelle persone che ti lasciano con un complesso di emozioni, come quei vini che lasciano un retrogusto persistente.
Hai una storia da raccontare?
Se anche tu hai una storia da condividere, contattami. Sarà un onore dar vita ai tuoi ricordi, d’altronde per ogni ieri c’è un domani.
Foto di Marzia Rizzo, che ringrazio per lo scatto.