Il racconto di oggi è quello di Emanuela Fonticoli, per gli amici, semplicemente Lella. Una donna che non litiga col tempo che passa, ma lo accoglie. “Ogni età ha la sua bellezza”, mi dice. E ha anche una visione tutta sua del grigio. Per molti è un colore spento, confuso, opaco. Per lei, invece, è luminoso.
Con Lella, il grigio torna. Lo ritroviamo durante la pandemia, quando da quel tempo sospeso prende forma La Zona Grigia. E lo rivediamo nel suo mestiere, fatto di ascolto, parole e connessioni.
Scopriamo insieme la sua storia.
Reinventarsi aiutando
Durante il lockdown, quando tutto si è fermato, Lella ha deciso di fare qualcosa. Non per sé, ma per gli altri. Ha pensato a chi era rimasto indietro: artisti, freelance, lavoratori dello spettacolo, giovani in cerca di un’opportunità.
Molti iniziavano ad affacciarsi al mondo digitale, ma non tutti riuscivano a farlo con facilità. C’era chi si sentiva spaesato, chi aveva paura, chi non sapeva da dove cominciare. Così Lella si è fatta una domanda semplice, ma potente: “Come posso dare una mano?”
La Zona Grigia
Così, con quella domanda in testa, Lella ha deciso di fare qualcosa di concreto. Fonda La Zona Grigia. Non un’organizzazione, né un’agenzia di collocamento, piuttosto un contenitore di offerte e iniziative, pensato per mettere in contatto chi cerca un’opportunità con chi ha qualcosa da offrire.
Un modo per creare connessioni tra mondi spesso ignorati: quello dell’arte, dello spettacolo, delle professioni creative messe in ginocchio dalla pandemia. “Abbiamo cercato di mantenere viva l’attenzione verso le attività ricreative, per i fruitori penalizzati nelle loro legittime aspettative di svago”, mi racconta Lella. “E allo stesso tempo promuovere l’offerta di specialisti costretti, loro malgrado, a disertare gli abituali palcoscenici.”
L’invito è chiaro: partecipate, proponete, suggerite, condividete. Non importa se sei un esperto o uno spettatore: se hai qualcosa da dire o da dare, sei il benvenuto.
“Come tanti che si sono messi in moto in quel periodo”, dice Lella, “mi piace pensare di poter fare qualcosa per la società. Senza tornaconto.” E poi aggiunge una frase che suona quasi come un manifesto: “La Zona Grigia è il luogo dove le persone dotate di sensibilità e attenzione si mettono a disposizione con umiltà, per darsi sostegno vicendevole.”
Perché in fondo, qualcosa la pandemia ce l’ha insegnata davvero: farcela da soli è difficile. Abbiamo bisogno degli altri.
Ma che lavoro fa Lella?
Tutto comincia alle medie, quando Lella viene rimandata in inglese. Quel tipo di insegnamento, fatto solo di grammatica, letture forzate e lunghe ore chini sul libro, non le sembra affatto il modo giusto per imparare una lingua. Si chiede “Com’è che quando si insegna una lingua straniera non si dà la stessa importanza alla dimensione dell’ascolto?”
Da lì nasce il suo amore per l’inglese. Dopo le magistrali, si iscrive alla Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori. Sceglie l’inglese come prima lingua, il russo come seconda. Ma la traduzione scritta le sta stretta. Ciò che davvero la affascina è l’interpretariato, quella dimensione viva e umana del linguaggio.
L’interpretariato le sembra più gratificante, finché un’esperienza al Piccolo Teatro di Milano, sotto l’attento sguardo di un pubblico esigente, la porta a rivalutare la strada della traduzione.
Lavora per dieci anni in un’agenzia di traduzioni, costruendo esperienza e specializzandosi. Finché nel 2010 decide di fare il grande passo e fondare la sua agenzia.
Interpretariato e Zona Grigia: qual è il nesso?
Da un lato, un’agenzia di traduzioni con collaboratori e clienti sparsi in tutto il mondo, dall’altro, un progetto nato durante la pandemia per dare valore a chi si sentiva bloccato e smarrito.
Subito mi colpisce l’apparente distanza tra questi due mondi. Così le chiedo quale fosse il legame tra il suo lavoro e “La Zona Grigia”. La sua risposta non lascia spazio a dubbi: “Conoscere le lingue restringe l’area grigia dell’incapacità relazionale: pensare alle persone, e alla capacità che hanno di stringere legami, rende il grigio luminoso e attraente.”
E allora tutto si ricompone. Perché in fondo, che si tratti di interpretariato o di solidarietà, al centro resta sempre lo stesso intento: creare connessioni, abbattere distanze, dare voce e spazio a chi, altrimenti, resterebbe inascoltato.
Hai una storia da raccontare?
Se anche tu hai una storia da condividere, contattami. Sarà un onore dar vita ai tuoi ricordi, d’altronde per ogni ieri c’è un domani.
Foto di Marzia Rizzo, che ringrazio per lo scatto.